Siamo nati per soffrire... ce lo raccontano dall'alba dei tempi.
Ma il passeggero Trenitalia è nato per soffrire di più. E io, senza patente e utente da una vita dei mezzi pubblici con spiccata predilezione per la strada ferrata, ne ho l'ennesima conferma oggi.
Il treno è il solito scassone regionale che collega la cittadina toscana in cui Orlando ha scelto di vivere e lavorare al capoluogo. Tra poco mi aspetta l'Eurostar per vivere nuove esperienze e nuove avventure. Nel frattempo, il regionale mi delizia con un vagone sigillato dai finestrini non apribili per via dell'aria condizionata. Peccato sia spenta.
Reggo trenta secondi in questo box-sauna poi decido di provare a cambiare vagone, si sa mai che... L'impresa non è semplicissima: mi trascino dietro trolley, borsetta (che 'etta' per me non è mai; contiene fissa quei "tre chili di roba senza i quali non potrei vivere") e borsa del portatile. E i passaggi di 'intercomunicazione' tra vagone e vagone, quegli antri neri che da più di 15 anni sarebbero attrezzati dalle porte ad apertura idraulica, sono in realtà collegati da micidiali tagliole che, una volta faticosamente aperte grazie a spinte distruggi-schiena, ricadono su spalle, braccia, trolley e tutto ciò che ha avuto l'ardire di provare a varcarne la soglia. Trovo un vagone in cui un passeggero fortunato (mio eroe del giorno) è riuscito ad abbassare uno dei finestrini e, incoraggiata dalla velocità di crociera del potente mezzo, un po' d'aria riesce ad entrare. Spero solo che di qui a poco non salga qualcuno di quelle splendide che, in queste situazioni, si piazzano nell'ultimo posto finestrino (quello esposto a tutte le correnti) e poi "Può chiudere il finestrino per favore che mi arriva l'aria?!".
La piana dell'Arno scorre assieme agli alberi, fuori dal finestrino, e la velocità di crociera aumenta. Le vibrazioni del treno di conseguenza, tanto che sbaglio a digitare una parola su due perché le mie dita non fanno in tempo a individuare un tasto che questo si sposta, facendomi digitare su quello a fianco.
Viaggio con un filino d'angoscia. Ho ampi tempi di coincidenza, ma per la legge di Murphy, e ancor più per quella di Trenitalia, non bastano mai. Se tutto andrà bene arriverò a casa alle 21.30, in tempo per fare "il mio dovere" come dicevano i nonni una volta (come passano i tempi) e incredibilmente ci tengo a farlo. Servirà a qualcosa? No.